Fermati. Dio ti cerca

Liturgia Anno A: Tempo Ordinario XXIII Domenica

LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO
a cura di Maria Rita Campobello

LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Ez 33, 7-9
Se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te.

Dal libro del profeta Ezechiele
Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 94
Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Seconda Lettura Rm 13, 8-10
Pienezza della Legge è la carità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.
Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Canto al Vangelo 2 Cor 5,19
Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.

Vangelo Mt 18, 15-20
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

COMMENTO

   “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E’ in queste parole che, secondo l’apostolo Paolo (seconda lettura), si possono riassumere tutti i comandamenti, poiché “la carità non fa alcun male al prossimo”. Ancor di più, si può dire che la carità non solo “non fa alcun male al prossimo”, ma cerca in ogni modo di fargli del bene.
    Amare è il “debito” più importante, anzi l’unico, secondo Paolo, che abbiamo gli uni verso gli altri. Ed è proprio l’amore vicendevole il filo conduttore che unisce le tre letture di questa domenica.
    Che cosa c’entra, ci si potrebbe chiedere, il tema dell’ammonimento, che troviamo nella prima lettura e nel brano di vangelo, con il tema dell’amore trattato da Paolo nella seconda lettura? Sembrerebbero due temi non solo molto diversi, ma addirittura contrastanti. Nella nostra mentalità non vediamo il rimprovero collegato all’amore; anzi, nella cultura occidentale moderna, il rimprovero, soprattutto se fatto a un adulto non appartenente alla nostra cerchia familiare, può essere inteso come un’indebita ingerenza nella sua vita privata, come un atto lesivo della sua libertà.
    La libertà: ecco il problema. Dopo la rivoluzione culturale del Sessantotto, essa è diventata quasi un idolo, un qualcosa di intoccabile. Libertà di pensiero, libertà d’azione: un sacrosanto diritto di ogni uomo. Ma la libertà può essere totale, senza regole e senza limiti? Dal Sessantotto in poi la libertà ha acquistato sempre di più il carattere di un valore assoluto, non legato ad altri valori che la possano far “camminare” in alvei ben precisi. Il Sessantotto ha avuto tanti effetti positivi per il mondo occidentale, portando una ventata di novità e di freschezza in una cultura un po’ stantia e cristallizzata, ma, nell’entusiastico “furore” tipico di ogni rivoluzione, ha divelto dalle radici tanti valori, che costituivano una certezza morale e comportamentale, precisi punti di riferimento per la vita quotidiana. Anche la sfera spirituale ha subito non poco le conseguenze negative di tale “rivoluzione ad ogni costo”. E, purtroppo, il vuoto lasciato da quelle radici divelte non sempre è stato riempito dalle radici di altri valori, riconosciuti come tali da tutti, o quasi tutti, come era nel passato. Ognuno si è trovato come un albero con le radici al vento e, conseguentemente, in balia di ogni movimento dell’aria. E ognuno ha cominciato a pensare che ci si poteva dare una propria morale personale, sganciata da verità e valori oggettivi. Ma la morale che autonomamente ci si dà è spesso legata soltanto ai propri interessi più immediati e superficiali, ai propri comodi, a una felicità molto effimera, che non riempie il cuore, che non dà né serenità né gioia vera. E’, questo, il relativismo culturale, tipico della nostra società occidentale, tante volte denunciato, anche piuttosto energicamente, da papa Benedetto XVI.
    Piano piano, quasi senza far rumore, il “diritto all’assoluta libertà” ha portato alla convinzione che non bisogna intervenire mai nelle azioni e nei comportamenti degli altri, anche quando è evidente che quelle azioni e quei comportamenti non sono moralmente o civicamente corretti. “Non sono fatti miei” ci si dice solitamente e, per giustificare con una accettabile motivazione dal “tocco” sociale la propria ignavia e la salvaguardia del proprio quieto vivere, aggiungiamo: “Devo rispettare la sua privacy e la sua libertà”. E si lascia correre. E, a furia di lasciar correre nelle famiglie, nella scuola, nelle varie “agenzie educative”, anche nella Chiesa, ora si è giunti a un degrado morale e sociale, che sta facendo levare ormai da ogni parte voci estremamente allarmate. Quale futuro per l’umanità, se non si rimedia a tale situazione di degrado? E quale rimedio può avere la forza di far “risorgere” l’essere umano dalle nebbie morali e spirituali in cui sembra essere sempre più immerso?
    “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”; così “parla” Dio al momento della creazione dell’essere umano raccontata nel primo libro della Bibbia (Gen 1, 26).
    “Dio è amore”; così l’apostolo Giovanni definisce Dio nella sua prima lettera, al cap.4, v.16.
    E, se Dio è amore e ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, è l’amore il DNA fondamentale costitutivo dell’essere umano; non, però, l’amore egoistico, che cerca l’altro per sé, per averne un vantaggio o un piacere, ma l’amore vero, quello somigliante all’amore di Dio, che non chiede niente per sé, ma vuole solo il bene della persona amata. E Giovanni, nello stesso versetto, continua: “Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. E’ incredibilmente splendida questa unità tra Dio e l’essere umano, quando quest’ultimo vuole amare, assomigliando, così, al suo Creatore, che l’ha fatto a sua immagine e somiglianza.
    Che cosa vuol dire amare? Da sempre si è cercato di dare una definizione dell’amore; l’arte (la letteratura specialmente) è una fucina di definizioni su questa importante realtà umana. Ma per un cristiano l’amore non è una definizione; è una Persona, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che, facendosi uomo e vivendo l’amore di Dio nella concretezza della sua umanità e della sua quotidianità, ci ha mostrato come amare, al punto da poter dire: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). E in quel “come” sono racchiuse la qualità e le modalità dell’amare del cristiano.
    Amare è volere il vero bene dell’altro. E il bene di un essere umano è la sua crescita armonica, la formazione di una sua personalità, è il saper dare alla propria vita un significato profondo, che costituisca la roccia su cui costruire giorno dopo giorno la propria esistenza, è il sapersi relazionare con gli altri in un responsabile dare e avere, per arricchire gli altri con i propri talenti e farsi arricchire dagli altri con i loro talenti. Ciò vale per ogni persona, credente o non credente, di qualsiasi tempo, a qualsiasi popolo e a qualunque cultura appartenga. L’umanità è un’immensa famiglia, i cui componenti interagiscono costantemente, anche se distanti e sconosciuti gli uni agli altri. Come in una normale famiglia ogni componente, anche non volendo, incide, con il suo modo di pensare e di agire, sulla vita degli altri componenti, così dentro l’umanità ogni popolo, in qualche maniera, anche non evidente, incide sulla storia degli altri popoli. Oggi ciò vale ancor più che nel passato, poiché i mezzi di comunicazione sociale hanno reso enormemente più facile il relazionarsi tra gli individui e tra i popoli. Vi è, quindi, nella comunità umana una corresponsabilità molto più forte di quanto si possa immaginare.
    E, se questo essere gli uni responsabili degli altri è una caratteristica della società umana, molto di più lo è nella Chiesa, la famiglia di Dio costituita dai battezzati, che hanno in sé la vita stessa della Trinità. Dentro le “vene” spirituali dei cristiani “circola” la vita di Dio, la cui essenza è l’amore, un amore sempre creativo, che vuole costruire e ricostruire la vita, che vuole, cioè, soltanto il bene.
    E’ l’amore, allora, il rimedio più efficace per far risorgere l’essere umano da ogni situazione interiore negativa. Anche l’uomo più peccatore, anche l’uomo che ha vissuto male quasi tutta la sua vita, sprecandola nella ricerca di soddisfazioni effimere, può “risorgere”, può dare un senso nuovo, pieno alla sua esistenza per il tempo che ancora gli resta da vivere. E magari la consapevolezza dei propri errori è arrivata attraverso un rimprovero amico, un rimprovero fatto con amore e per amore, fatto con robustezza, pur se con delicatezza e nel rispetto della dignità della persona. E’, questo, il modo di rimproverare di Dio. Egli non vuole, con il rimprovero, umiliare l’uomo, non vuole farlo sentire un “verme” da schiacciare e distruggere, caratteristica presente, purtroppo, spesso nel rimprovero che l’uomo fa al suo simile, poiché, nel mettere in risalto lo sbaglio dell’altro, ci si sente migliori di lui. Dio, quando rimprovera l’uomo, lo fa per aiutarlo a migliorarsi e a proiettarsi verso orizzonti più elevati e più vasti. Ogni cristiano, nel rimproverare, deve avere nel suo cuore lo stesso amore di Dio e gli stessi suoi obiettivi. Allora, chi sta ricevendo da lui il rimprovero percepirà l’amore che vi sta dietro e coglierà quel rimprovero non come un’umiliazione, ma come un aiuto a camminare più speditamente e con un respiro più profondo e più libero.
    Dio ama infinitamente ogni persona che chiama all’esistenza e vuole che ognuno capisca che la sua vita è preziosa, che ha un valore immenso, inestimabile e che ciò che egli potrà dare all’umanità con la sua esistenza vissuta nell’amore non potrà mai essere dato da nessun altro. Ogni uomo viene in questo mondo, per lasciarlo in po’ più bello di come l’ha trovato. Se soltanto gli uomini facessero a gara per raggiungere tale obiettivo! Sarebbe il paradiso in terra! E i cristiani dovrebbero essere in prima linea in questa “gara” a chi ama di più.
    Anche il rimprovero costituisce un elemento importante di tale “gara”. E amare attraverso un rimprovero è molto più difficile, è molto più gratuito che amare attraverso una lode, poiché dalla lode la persona che la riceve si sentirà gratificata e ne gioirà, mentre un richiamo, un rimprovero, un ammonimento quasi sicuramente susciteranno, in chi li riceve, fastidio e, forse, anche risentimento, perché la natura umana è molto suscettibile e non accetta facilmente di essere messa di fronte alle proprie negatività. L’ammonimento, quindi, richiede coraggio. Chi ammonisce sa che la persona rimproverata può reagire male: figli che si ribellano, amici che si allontanano, fedeli che non partecipano più alle celebrazioni liturgiche… Sono rischi connessi a ogni azione educativa; ma non per questo l’azione educativa non deve essere attuata.
    L’educatore (e ogni persona, in un modo o in un altro, ha una funzione educativa all’interno della società) deve essere capace di amore gratuito e di speranza; deve avere dentro di sé l’incrollabile certezza che ogni seme buono gettato in un cuore darà i suoi frutti, non pretendendo di vedere con i suoi occhi i frutti del suo dono; per lui l’unica cosa importante è che i frutti, prima o dopo, maturino nel cuore di chi ha ricevuto quei semi e possano, a loro volta, far cadere dal loro interno altri semi nel cuore del mondo.

02 09 2011 - 12:41 | Maria Rita Campobello | Liturgia della Parola | Letture: 555

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